"Se lei sapesse com'è sporca la verità di questa storia, forse sarebbe meglio lasciar fare a Dio". Eleonora Moro
Di misterioso effettivamente nella morte di Marco ci sarebbe ben poco... magari un mistero potrebbe essere nascosto in quel maledetto giorno di Madonna di Campiglio... perchè? Perchè lui? Perchè solo lui soprattutto? Il film trasmesso dalla Rai con le, forse, inevitabili lacune ha avuto una colonna sonora secondo me veramente emozionante per cui riparto nel mio blog, dopo mesi di assenza proprio da quì..... da una emozione! Ecco il testo della bellissima "E mi alzo sui pedali" degli Stadio

Io sono un campione questo lo so
è solo questione di punti di vista
in questo posto dove io sto mi chiamano Marco
Marco il ciclista
ma è che alle volte si perde la strada
perchè prima o poi ci son brutti momenti
non so neppure se ero un pirata
strappavo la vita col cuore e coi denti
E se ho sbagliato non me ne son reso conto
ho preso le cose fin troppo sul serio
e ho preso anche il fatto di aver ogni tanto
esagerato per sentirmi più vero
E ora mi alzo sui pedali come quando ero bambino
dopo un pò prendevo il volo dal cancello del giardino
e mio nonno mi aspettava senza dire una parola
perchè io e la bicicletta siamo una cosa sola
mi rialzo sui pedali ricomincio la fatica
poi abbraccio i miei gregari passo incima alla salita
perchè quelli come noi hanno voglia di sognare
io dal passo del Pordoi chiudo gli occhi e vedo il mare
e vedo te e aspetto te
adesso mi sembra tutto distante
la maglia rosa e quegli anni felici
il giro d'Italia e poi il tour de France
ed anche gli amici che non erano amici
poi di quel giorno ricordo soltanto
una stanza d'albergo ed un letto disfatto
e sono sicuro d'avere anche pianto
io sono sparito in quell'attimo esatto
e ora mi alzo sui pedali all'inzio dello strappo
mentre un pugno di avversari
si è piantato in mezzo al gruppo
perchè in fondo una salita è una cosa anche normale
assomiglia un pò alla vita devi sempre un pò lottare
mi rialzo sui pedali con il sole sulla faccia
e mi tiro su gli occhiali al traguardo della tappa
quando scendo dal sedile sento la malinconia un elefante magrolino
che scriveva poesie
solo per te solo per te
Io sono un campione questo lo so
come tutti aspetto il domani
in questo posto dove io sto chiedete di Marco
Marco Pantani
(Stadio)
L'albatro è tornato ancora più ferito. Ho provato a raccontare, ho urlato, ho perso la voce, l'ho ritrovata ... ma la ferita sanguina di nuovo. E continuerà, credo. Forse l'ho presa troppo a cuore. Ho iniziato a scrivere di fatti, per i più, poco interessanti, ma credevo di essere riuscito a fare rimarginare quella ferita, e guardavo la cicatrice asciugarsi. Ma non ci sono riuscito. Non so se le piastrine abbiano smesso di coagulare il sangue per un processo naturale o se sia la somatizzazione di qualcosa. A pensarci bene a me pare più una sodomizzazione. Perchè vivo in un mondo che non ha rispetto della vita né del futuro, dei propri bambini. Che non vuole la verità. Vivo nel Paese in cui Alda è una povera pazza, Miloud un pagliaccio, Enzo un "pirlaccione" e Peppino uno sconosciuto. Fino a quando non muore; e come lui tanti, troppi. Vivo nell'Italia in cui il fratello di Peppino Impastato è stato costretto a pagare i danni all'avvocato di chi si è seduto nel banco degli imputati per rispondere del suo omicidio. Hai voglia di urlare? Prenditela con i tuoi "simili", perchè se solo sfiori la persona sbagliata, qualunque cosa abbia fatto ti troverai in mezzo ad una sfilza di marche da bollo che cercheranno di insinuarsi nella tua vita e nella tua coscienza pulita, facendoti sospettare di essere uno stronzo e di non avere capito un accidenti della vita. E invece non è così! E a cosa serve urlare la tua rabbia al mare se un giorno, tirando su la testa dal cuscino, mentre ancora gli occhi sono incollati dal sogno, ti accorgerai che invece è un incubo che non è finito perchè c'è chi ha avuto un permesso premio dopo pochi anni dal suo centesimo omicidio. Dopo pochi anni avere sciolto un ragazzino nell'acido. Svanito nel nulla, perchè nulla vale la vita e a nulla serve gridare che questa non è Giustizia! Qualcuno si incazza, alza la testa, esce di testa, prende le armi, semina terrore e uccide, pazzo per l'ingiustizia subìta che nessuno vuole ascoltare. E se Brusca esce, se con l'indulto si toglie il coperchio da una pentola sotto-pressione, c'è chi può rimanere in carcere a chiedere una grazia che non gli spetta nè come bandito, nè come collaboratore della Giustizia, nè come uomo. Quanti fatti che si accavallano e urlano verità. Ma la verità per chi, per cosa!?! Forse per me, per te curioso figlio del grande fratello? No, mai! La verità per l'uomo e per quei valori che lo distinguono dall'animale. Un lupo, ad esempio, caccia, si riposa, si accoppia. In generale vive eseguendo le istruzioni scritte nel suo DNA; istruzioni, necessarie alla vita propria e della sua specie, che ripetute inconsapevolmente fanno del lupo un animale sicuro nel proprio ambiente. Il lupo, come ogni altro animale, gode di una sicurezza innata. L'uomo di questa sicurezza non può più godere e la riproduce nella certezza oggettiva che prende il nome di verità.
"Ehi Albatro, non è che con la scusa della ferita che sanguina ci vuoi lessare le palle con ettolitri di filosofia spicciola?"No, hai ragione: ma sono la verità e la giustizia i due termini che da qualche anno, assillano ogni giorno che il buon Dio manda in terra per questa mia vita. La verità. Ci ho pensato molto in questi anni e credo che di questa mia paturnia siano un po' responsabili alcune persone -più o meno conosciute- che hanno intrecciato le loro vite con la mia. Una di queste si chiamava Fabrizio. Era il 1985 quando a Napoli arrivò il secondo gruppo di agenti ausiliari dalla Sardegna. Era un periodo caotico: Diego Armando, il nuovo regnante, aveva scoperchiato una pentola che ogni giorno aveva almeno mille buoni motivi per andare in ebollizione. Tante facce nuove, tante nuove voci con le quali scambiare due parole, magari solo per chiedere banali notizie del tempo o del nostro mare azzurro. Loro erano aria fresca; per me come se potessi prendermi qualche ora di permesso e tornare nella mia terra. Saranno stati una decina e a ognuno di loro chiedevo qualcosa scoprendo che un amico in comune lo si trovava sempre. L'unico con il quale non riuscii a legare fu proprio Fabrizio. Mi avevano avvisato che era un nuorese, figlio e nipote di persone molto introverse, diffidenti che soltanto dopo averne conquistato la fiducia aprono il loro cuore, grande come un nuraghe e sincero come un bicchierino di mirto. Tardai a diventargli amico: spesso si isolava dal gruppo e inizialmente trascorsi con lui soltanto qualche ora di servizio allo stadio San Paolo o davanti a qualche migliaio di persone che chiedevano un lavoro. Non sapevo che ci saremo visti ancora per poco: soltanto alla fine mi confessò che sì, lui si era arruolato nella Polizia, ma aveva fatto anche domanda per un concorso per sottufficiali nella Guardia di Finanza, e se l'avesse vinto non ci avrebbe pensato su neanche per un po', e avrebbe lasciato l'aquila del poliziotto per i gradi del finanziere. "Lì ho più possibilità di fare carriera -mi disse- e soprattutto di prendere anche la specializzazione di elicotterista." Dopo qualche giorno ci salutammo con un abbraccio. Non ci eravamo frequentati molto, ma ci stringemmo forte augurandoci uno splendido futuro. Di lui mi rimane ancora il ricordo di una persona estremamente seria, leale, onesta e precisa, sempre in cerca della sincerità e, in qualche modo, della verità nel cuore delle persone. Credo che lui si accorse che l'avevo capito e mentre altri lo snobbavano, io lo apprezzai per queste sue virtù così antiche e rare. Forse quell'abbraccio significava tutto questo. Non lo vidi più. Era il 3 marzo 1994, quando lo riconobbi guardando una sua foto pubblicata su tutti i quotidiani italiani. Io, che nel frattempo avevo cambiato lavoro, ero seduto al tavolino del bar davanti al mio ufficio, e lui il giorno prima si era inabissato con il suo elicottero chiamato Volpe 132 al largo di Capo Ferrato, nella costa sud-est della Sardegna, in compagnia di un suo collega. Le prime righe dell'articolo descrivevano gli ultimi contatti con la torre di controllo. Sono le 19,18: "Volpe 132 a Elmas, mi sentite? Passo"
"Avanti Volpe 132, vi sentiamo forte e chiaro. Qual'è la vostra posizione?"
"Sorvoliamo Capo Carbonara, fra qualche istante saremo sull'obiettivo a Capo Ferrato"
"Volpe 132, quale obiettivo?"
" ....... "
"Volpe 132, mi sentite? Passo?
" ....... "
"Volpe 132, mi sentite? Qual è la vostra posizione?"
" ....... " silenzio, silenzio, silenzio, silenzio ...
E' un silenzio che dura da 12 anni e 7 mesi. E' un silenzio che ancora oggi non ci permette di sapere cosa accadde in quella sera di marzo; quale sia la verità. Cazzo Fabrizio, ti rendi conto? A te, uomo diffidente, onesto e nobile non ti è consentito di essere il mezzo con il quale percorrere la strada che porti alla verità. Tu che hai cercato la verità negli altri, non puoi essere la verità per gli altri.
Che negli stessi istanti del tuo volo, la "Jadran Express", nave da carico, incrociasse nel Mediterraneo sembra non importare a nessuno.
Che la "Jadran Express" sia una nave sospetta che viene fermata qualche giorno nell'Adriatico con duemila tonnellate di mitragliatrici, lanciarazzi, bazooka e munizioni e tutto l'occorrente per la guerra nell'ex-Jugoslavia o, probabilmente, in Palestina sembra non avere un grande significato.
Che quella stessa nave, pochi mesi dopo (luglio 1994), diventi teatro del massacro di sette marinai napoletani che vengono sgozzati mentre dormono sottocoperta nel porto di Djen Djen in Algeria, è evidentemente poco importante.
Che 24 giorni dopo la scomparsa di "Volpe 132", da un hangar di un'azienda di trasporti oristanese, sia stato rubato un Agusta A109, uguale al tuo, Fabrizio, scomparso insieme a te e al tuo collega Deriu nei pressi di Capo Ferrato, non è significativo. E che questo venga ritrovato parzialmente smontato e con alcuni pezzi mancanti, continua a lasciarci indifferenti.
Se a questo aggiungiamo che dopo alcuni giorni vengono ritrovati alcuni (presunti) pezzi dell'elicottero ma a nessuno viene in mente di effettuare le analisi per stabilire se vi siano tracce di esplosivo, chiudiamo definitivamente quello che si può definire il "valzer della verità che è meglio non conoscere."
No, stavolta sarebbe ingiusto accusare i magistrati anche loro vittime di continue omissioni e depistaggi da parte di ambienti che potrebbero essere quelli dei trafficanti d'armi o di qualche servizio segreto. Ma sono 12 anni e 7 mesi che due famiglie aspettano una verità e due corpi. I corpi non li riavranno, ma la verità spero proprio di sì; anche in nome di quell'antico e forte abbraccio che ancora sento stringermi le spalle.
"Ma perchè ci hai raccontato questa storia Albatro: tanto il mondo non cambierà!"
Io non credo che sarà sempre così, se si cercherà di dire ciò che si sa, e fare ciò che si può per salire la scala della verità. E se non sarà oggi, sarà domani o fra un anno che potremo assistere ad piccolo cambiamento nelle coscienze. Saranno i nostri figli a goderne: è a loro che dobbiamo consegnare un futuro migliore di questo; un futuro di verità. albatroferito
I nostri cieli sono pervasi dal continuo e incessante passaggio di aerei bianchi senza insegna che lasciano nell’aria sostanze chimiche probabilmente nocive per la nostra salute.
2 Marzo 1994, Cagliari, un elicottero della Guardia di Finanza A-109 svanisce nel nulla durante una missione sulle coste sud orientali dell'isola. A bordo il M.llo De Rio ed il Brig.re Sedda, dispersi. Le ricerche danno esito negativo, nella zona di mare di Capo Ferrato vengono ritrovati pochi resti del velivolo ed un casco da pilota. La procura di Cagliari che ha in mano l'inchiesta si trova la strada sbarrata dal diniego oppostogli dalla Aereonautica Italiana alla richiesta di prendere visione della relazione tecnica sull'incidente. Poco dopo la stessa procura riceve un'altro diniego ancora più "pesante", dalla presidenza del consiglio... segreto di stato! Nell'isola si parla di una missione dell'elicottero di intercettamento di una nave alla fonda con un carico destinato chissà dove, un testimone parla della nave Lucina, nave che salirà non agli onori ma agli orrori delle cronache per lo sgozzamento dei 7 membri dell'equipaggio avvenuta in un porto algerino 4 mesi dopo. Un ex gladiatore del Sid, Nino Arconte rivela che su quella nave di sarebbe dovuto imbarcare un agente dei servizi italiani. Tra le cause della scomparsa si fa strada la voce di un missile terra aria portatile lanciato da una nave. Insomma gli ingredienti ci sono tutti, e sono i soliti, servizi, militari, qualche bel traffico di armi e qualche cadavere, probabilmente di uomini che stavano facendo il loro dovere ignari di ciò che realmente stava accadendo. Le famiglie chiedono la verità. La procura di Cagliari nel 2005 ha riaperto l'inchiesta.