"Se lei sapesse com'è sporca la verità di questa storia, forse sarebbe meglio lasciar fare a Dio". Eleonora Moro
(Nella foto l'ex-comandante della Decima Flottiglia MAS Principe Junio Valerio Borghese, morto a Cadice nel 1974; nel 1970 ideò e organizzò un tentativo di colpo di Stato che rientrò poche ore prima di essere attuato con l' ausilio di uomini del Corpo Forestale dello Stato )
Il destino ha accumunato la vita e la morte di questi due marescialli della Aeronautica Militare Italiana. Entrambi m.lli controllori di sala operativa in centro radar all'epoca della caduta del DC9 Itavia a Ustica (Dettori) e della "presunta" caduta del MiG libico (Parisi). Entrambi si suicidano impiccandosi ad un albero con modalità tali da lasciare qualche dubbio sulle dinamiche del suicidio, dubbi che però non meritarono, per chi indagò a suo tempo indagini "troppo" approfondite... Il m.llo Dettori era caduto in un profondo stato di depressione, alle persone più vicine aveva confidato subito dopo la caduta del DC9 che quella notte si era "sfiorata una guerra", era stato mandato dalla AM in Francia per qualche tempo ma al suo ritorno la depressione si era accentuata, si sentiva controllato aveva confidato a qualche amico, e accanto a lui c'era quasi sempre un personaggio, francese pare, che si volatilizzò letteralemente dopo il suicidio. Il m.llo Parisi era già stato ascoltato dai giudici sulla vicenda della caduta del MiG, era caduto in palesi contraddizioni e doveva essere sentito nuovamente, il suicidio avvenne pochi giorni dopo aver ricevuto la convocazione dei magistrati. Nella sentenza del giudice Priore si parla per Parisi di "incresciosi episodi" avvenuti nei suoi confronti dopo la prima audizione, "con ogni probabilità minacce. Dettori muore nel 1987, Parisi nel 1995, sono passati 15 anni dalla sera in cui 81 persone morirono nel cielo di Ustica eppure quella scia di sangue non sembra avere fine...
Qualche giorno fa sono stato invitato a partecipare a questo piccolo salotto virtuale, così, come si fa in un qualunque luogo si entri per la prima volta, per prima cosa mi presento. Tanto servirà anche a capire da quale prospettiva riferirò su un mistero del quale si è già scritto su questo blog.
Iniziamo col dire che mi chiamo Stefano ho 44 anni, padre di due splendidi bambini e marito di una meravigliosa compagna di vita. Sono stato un elettore di destra, e su questo qualcuno potrebbe anche pensare un lanciatissimo "chissenefrega!". Ma aspettate, perchè anche per questo esiste un "motivo", un uomo che per molti è stato, è e rimarrà un mistero. Un elettore di destra, dicevo; pentito, ma lo sono stato. Uno di quelli che dando da sempre il proprio voto a G.F. Fini, ridotto ormai a essere il manico di scopa del Berlusclown, ha contribuito a questo sfascio. Perché, quindi? Diciamo, che lo sono diventato perchè ho seguito un esempio, un grande esempio. Si chiamava Giovanni Falcone e agli inizi degli anni '80 facevo parte della sua scorta palermitana. Per quattro anni sono stato un dipendente del Ministero degli Interni. Poi sono andato via: non era quella la Polizia per la quale mi ero arruolato, anche se inizialmente inoltrai la domanda più per una sana voglia di indipendenza economica che per vocazione. Che termine obsoleto! Eppure un po’ ci credevo, credevo nell'istituzione "dalla parte degli altri", credevo in un compito sociale che solo qualche anno più tardi mi sarebbe scivolato via dalle mani. Devo dire che i primi tre anni dei quattro svolti sotto un cappello con il fregio dell'aquila color oro sono comunque stati un'importante esperienza professionale e di vita, e forse proprio dal 1984 al 1987 che ho maturato dentro di me quei valori che ancora oggi mi infiammano. Ho svolto servizio in città come Napoli e Palermo, e proprio in quest'ultima venni assegnato alla scorta di Giovanni Falcone. Sedevo accanto a lui perchè ero il più giovane del gruppo: non avevo ancora una grande esperienza al volante nè al servizio operativo, così il mio ruolo era quello di gregario: nel sedile posteriore, seduto accanto. Ma è stato meglio così. Di lui ho un ricordo straordinario, persona schietta con valori assoluti. O bianco o nero, senza vie di mezzo, senza compromessi. Era benvoluto ma temuto in tutto il Palazzo di Giustizia tanto da essere definito apertamente un giudice scomodo. Diceva "Con la mafia non si convive e non si viene a patti" in una frase che avrebbe bruciato le labbra a chi oggi fra i nostri politici sostiene che "dovremo imparare a conviverci". Aveva due grandi amori: la moglie Francesca e Madre Giustizia. I suoi dialoghi con noi della scorta erano certamente sui nuovi tragitti quotidiani, sulle nuove strade da percorrere, sui diversivi, ma per rompere la tensione creata dall'urlo delle sirene e dallo stridere delle gomme sull'asfalto rumoroso di Palermo, con uno dei tanti quotidiani tra le mani iniziava a commentare gli avvenimenti politici, leggendo spesso fra le brevi. Un giorno durante un viaggio di rientro, mentre lo riaccompagnavamo a casa, chiuse una cartella che aveva iniziato a leggere nel suo ufficio, giù per l'ascensore e fino all'auto che lo aspettava fuori dal Palazzo di Giustizia. Non aveva mai staccato gli occhi da quel fascicolo fino a quando, ormai seduto sul sedile posteriore e in piena corsa, alzò la testa e guardando davanti a sè oltre il parabrezza blindato dell'Alfa90, disse "Il mio conto con la mafia è aperto, lo salderò soltanto con la morte. Viene sempre il momento in cui devi pagare, e più la cosa è importante, più il prezzo è elevato". Forse fu l'unica volta in cui lo sentii prendere atto che quella guerra avrebbe potuto comprendere anche lui fra le vittime. Ogni tanto si lasciava andare a discorsi sul primo socialismo e sulla filosofia fascista; filosofia sia ben chiaro, e ogni volta che pronunciava quel termine i baffi gli si torcevano accompagnando la bocca in una smorfia sempre diversa perchè -ci diceva- avrebbe voluto fermare tutto alla guerra del grano, alla socializzazione, alle idee che animavano i filosofi di inizio secolo.
... scusate se sto riducendo questo mio primo intervento in una vergognosa sbobba. Ma mi viene da scrivere, e scrivo ...
Quel 23 maggio mi ero congedato da appena quattro anni e ancora sentivo una piccola nostalgia di quell'avventura un po’ incosciente che mi è stata riservata dalla vita; ultima sede Livorno -trasferito per motivi di sicurezza (..omissis): se il vaso era l'entusiasmo iniziale, la terra lo splendido rapporto con i miei ex-colleghi e il seme ogni persona che come Giovanni Falcone avevo incontrato lungo la mia strada, quella decisione ministeriale fu come una grandinata su un germoglio. Fu così che nel 1988 mi congedai. Ma quel giorno, quel 23 maggio 1992, stavo al tavolo di un piccolo ristorante a Misano Adriatico in compagnia di Manlio e Luca, miei amici e compagni di tatami. Il giorno dopo sarebbero iniziati i campionati italiani, ma ... ma la televisione era accesa e io la guardavo seduto spalle al muro; la notizia che ne uscì mi colse come un'esplosione lasciandomi tramortito e facendomi rivivere in un attimo senza fine il tempo di quello stridere di pneumatici, riascoltando -come in un miraggio di suoni- la sua voce e i suoi discorsi. Le immagini -invece- fluivano reali con infiniti flash di asfalto sradicato a costruire crateri, di un'auto sollevata e lanciata ai margini dell'autostrada dopo avere scavalcato la corsia opposta, di automobilisti che transitavano nella direzione opposta ancora in attesa dei primi soccorsi resi difficili da improvvise montagne di pietre sulle quali sostavano senza capirne il perchè uomini attaccati a una ricetrasmittente, di vigili del fuoco come funghi con in mano grandi tronchese e fiamma ossidrica, di altre auto irriconoscibili, annerite da 500 chili di tritolo e di una croma bianca, sulla quale le telecamere delle tv siciliane si soffermavano, seppellita con i corpi agonizzanti di Falcone e di sua moglie. Ho pensato a quel grande uomo quattro anni prima, il giorno in cui lasciavo la Polizia, quando dietro di me si chiudeva la porta dell'Ufficio del Personale dopo averci lasciato dentro tutte le attrezzature, le divise, i ricordi e una promozione al corso per vice-ispettori. Davanti a me il nulla visto che, tra la meraviglia di tutti i miei familiari, avevo appena barattato il "posto sicuro" per il "nulla", per l'incerto; solo per una questione di principio. Ma il ricordo di quel magistrato è uscito da quella porta con me, l'ho sentito, l'ho toccato, l'ho pesato: era con me. Era il 22 maggio del 1988, domenica. Quel giorno ho pensato a lui e a lui ho pensato qualche settimana dopo quando ho trovato un lavoro nella mia città, e quando guardavo le strazianti immagini di Capaci, e quelle altre orribili che avrei visto trasmesse da Via D'Amelio appena due mesi dopo. E spesso, forse ogni giorno, penso di avere imparato da lui che se si è certi delle proprie scelte, non bisogna mai avere paura per il futuro.
I ricordi di quell’uomo sono ancora vivi, sono per me qualcosa che ho definito una ferita aperta. E’ stato un grande esempio in un momento in cui iniziavo a dispiacermi per la società nella quale vivevo, per il suo sfrenato materialismo, per l’egoismo che cresceva infilandosi tra le persone come acqua nelle fenditure della terra. E poi l'insensibilità verso l'idea di patria e verso alcuni valori comunitari. Inorridivo davanti all’enorme distanza che c'era (e ancora c'è) tra chi avrebbe dovuto rappresentare le persone –dopo avere ricevuto un mandato di fiducia- e le necessità di chi vive per arrivare alla fine del mese. Persona, famiglia, diritto al lavoro, diritto alla salute, istruzione, sicurezza, giustizia ... dove il primo obiettivo è quello di favorire condizioni di vita che permettano alle persone ed ai gruppi di vivere nella libertà dell'onestà e della solidarietà sociale. Questi sono i valori nei quali ho creduto e continuo a credere e sui quali oggi non si può più parlare: questa poltica li ha smontati uno per uno lasciandoci orfani anche di noi stessi, di ciò che eravamo, forse anche di ciò che saremo voluti essere. Ma la confusione è grande e mi rendo conto che a 44 anni mi è rimasta soltanto la speranza in qualcosa di nuovo. Lo spero per me, per noi, per mia moglie e per i miei figli. Per il loro e il nostro futuro.
E' il 18 Luglio 1980 quando sui monti della Sila in Calabria e precisamente in località Castelsilano in una zona montuosa denominata Timpa della Magare viene ritovato un MiG23 recante insegne libiche. Il ritrovamento fa seguito all'allarme lanciato da due testimoni che vedono un aereo volare rasente al suolo e sentono un boato, nessuno vede l'impatto dell'aereo contro la montagna, ma del resto se uno più uno fà due... ma in Italia a volte può fare anche tre... o quattro! L'aereo è in dotazione a molti paesi dell'est, qualcuno lo ha anche la Nato, per addestramento. Il pilota viene ritrovato fuori dall'abitacolo essenzialmente intatto e la successiva autopsia è uno dei tanti "misteri" di questa vicenda. Gli incaricati ne fanno risalire la morte ad almeno 20 giorni prima, il cadavere "si trova in avanzato stato di decomposizione", poi ritrattano, poi ritrattano le ritrattazioni... mah! La data di morte del pilota non sarebbe così importante se non per un piccolo particolare... se retrodatiamo la morte e quindi la caduta del velivolo di 20 giorni dal 18 luglio 1980 arriviamo a fine giugno 27 giugno 1980 giorno della tragedia di Ustica, e se il MiG23 è caduto o è stato abbattutto nella sera stessa in cui il DC9 Itavia precipita nel mare Tirreno allora nei cieli italiani si è veramente combattuta una battaglia aerea... La vicenda di questo aereo presenta tali e tanti punti oscuri che neppure al più grande scrittore di gialli al mondo sarebbero venuti in mente, però nei libri in fondo il colpevole salta sempre fuori... ma questo non è un libro, questa è la vita e da più di 26 anni aspettiamo ancora che sia scritta l'ultima pagina, quella col nome del colpevole dell'abbattimento del volo ITIGI che fece 81 vittime innocenti.
28 Agosto 1988 durante una esibizione delle Frecce Tricolori presso la base tedesca di Ramstein due aerei della nostra pattuglia acrobatica entrano in collisione e precipitano al suolo. Nell’incidente muoiono 59 spettatori e quasi 400 rimangono feriti. Muoiono anche i due piloti al comando degli aviogetti, i colonnelli della A.M.I. Ivo Nutarelli e Mario Naldini. Ma chi sono questi due piloti? Le inchieste sulla caduta del DC9 Itavia ad Ustica di otto anni prima li vogliono in volo quella notte, unici piloti italiani identificati. Decollano dalla base di Grosseto al comando di due aerei intercettori e volano di conserva al DC9 per fare ritorno alla base circa 10 minuti prima che il volo di linea sparisca dai radar ma soprattutto premono il dispositivo che rimanda a terra "allarme generale" durante il loro volo appena compiuto. Cosa hanno visto da giustificare "allarme generale"? E’ in programma la loro audizione dai magistrati che indigano sulla tragedia di lì ad una settimana, proprio al ritorno da Ramstein, si porteranno la loro testimonianza nella tomba. Quante volte in un dato anno i nostri intercettori si sono alzati in volo ed hanno rimandato "ALLARME GENERALE"? In quel maledetto 1980 ad esempio, quante volte questa procedura si è verificata? Cosa hanno visto? A chi hanno confessato cosa era accaduto? Una base militare della Aeronautica, non è un eremo, i piloti quando atterrano vengono in contatto con molte persone, torre, personale di terra, autisti, ecc. Possibile che nessuno sia in qualche modo venuto a conoscenza dei motivi dell’allarme dato? Molto improbabile. Sono passati più di 25 anni da allora, molti di coloro che erano allora in servizio saranno in pensione e comunque avranno un età avanzata (quelli che non sono morti in circostanze misteriose, ma questo magari lo vedremo in qualche post successivo), età in cui magari si preferisce non avere pesi sulla coscienza da portare con sè… possibile che non si sia mai aperta una crepa in questo muro di omertà, o forse è veramente un "muro di gomma" dove non vi possono essere crepe? Ah... dimenticavo... non vedo cospirazioni in ogni angolo del mondo, ma le coincidenze quelle si, quelle le vedo e credo le possano vedere tutti...
2 Marzo 1994, Cagliari, un elicottero della Guardia di Finanza A-109 svanisce nel nulla durante una missione sulle coste sud orientali dell'isola. A bordo il M.llo De Rio ed il Brig.re Sedda, dispersi. Le ricerche danno esito negativo, nella zona di mare di Capo Ferrato vengono ritrovati pochi resti del velivolo ed un casco da pilota. La procura di Cagliari che ha in mano l'inchiesta si trova la strada sbarrata dal diniego oppostogli dalla Aereonautica Italiana alla richiesta di prendere visione della relazione tecnica sull'incidente. Poco dopo la stessa procura riceve un'altro diniego ancora più "pesante", dalla presidenza del consiglio... segreto di stato! Nell'isola si parla di una missione dell'elicottero di intercettamento di una nave alla fonda con un carico destinato chissà dove, un testimone parla della nave Lucina, nave che salirà non agli onori ma agli orrori delle cronache per lo sgozzamento dei 7 membri dell'equipaggio avvenuta in un porto algerino 4 mesi dopo. Un ex gladiatore del Sid, Nino Arconte rivela che su quella nave di sarebbe dovuto imbarcare un agente dei servizi italiani. Tra le cause della scomparsa si fa strada la voce di un missile terra aria portatile lanciato da una nave. Insomma gli ingredienti ci sono tutti, e sono i soliti, servizi, militari, qualche bel traffico di armi e qualche cadavere, probabilmente di uomini che stavano facendo il loro dovere ignari di ciò che realmente stava accadendo. Le famiglie chiedono la verità. La procura di Cagliari nel 2005 ha riaperto l'inchiesta.
Livorno, 13 giugno 1995, viene assassinato con 40 coltellate e colpi di pietra il maresciallo Marco Mandolini, incursore del Col. Moschin. Il corpo viene ritrovato in una scogliera abituale ritrovo di omosessuali. Le indagini non portano a nulla. Il caso viene archiviato come una probabile lite nell'ambiente gay finita in tragedia. Un incursore ucciso all'arma bianca durante una lite con un "amico"... la ricostruzione fà acqua da tutte le parti e comunque può reggere (a fatica) solo in un caso, e cioè che anche "l'amico" del maresciallo Mandolini fosse un incursore. Ipotesi molto remota. Ma chi era il M.llo Mandolini. Probabilmente un uomo dei servizi militari, oppure saltuariamente usato dagli stessi, sicuramente il caposcorta del gen. Loi in Somalia. E proprio la Somalia a fornire chiavi diverse sulla morte del maresciallo. Si sentiva poco bene in quel periodo (dato certo) e aveva cominciato a fare indagini personali sugli effetti dell'uranio impoverito contenuto negli armamenti? Oppure la sua morte ha a che fare con la morte di un'altro militare, anch'egli legato ai servizi M.llo Li Causi, come fanno pensare le parole del fratello del Mandolini? Oppure niente di tutto questo? Il M.llo Aloi, nel suo diario, salito prepotentemente agli onori delle cronache durante le inchieste sulla morte della giornalista Ilaria Alpi e del suo operatore Hrovatin scrive a proposito: "è morto anche il M.llo Mandolini, non male come sceneggiata, solo un incursore può uccidere un altro incursore"... forse a 11 anni dall'omicidio questa è l'unica certezza rimasta.
Quante volte avete visto un annuncio come quello della foto a fianco sul quotidiano che state sfogliando? Tutti i giorni, non c’è altra risposta. Ecco un piccolissimo "mistero italiano"... E quante volte nella pagina successiva il quotidiano stesso magnificava il lavoro delle forze dell’ordine che "con un accurato lavoro fatto di intercettazioni ed appostamenti sono riusciti a scoprire un appartamento in cui due ragazze offrivano le loro prestazioni sessuali a pagamento ad occasionali clienti"? Ma vi siete mai chiesti: E NON BASTAVA GIRARE LA PAGINA DI QUESTO FOTTUTO GIORNALE E TELEFONARE A UNO DI QUEI NUMERI, CHIEDERE L’INDIRIZZO E PRESENTARSI ALLA PORTA? Serve il commissario Montalbano? E soprattutto, serve magnificare l'operazione anti-prostituzione in una pagina ed ospitarne "l’istigazione" in quella successiva? Piccolo misteri italiani, grandi miserie umane in nome della raccoltà pubblicitaria...
Come avevo promesso, essendo lunedì, possono tornare a lasciare i loro commenti TUTTI gli utenti registrati Splinder. Mi è dispiaciuto consentire ciò, durante il fine settimana, ai soli "invitati" ma nell'impossibilità di intervenire rapidamente nella gestione di eventuali maleducati ed intolleranti (quando non peggio) questa è per ora l'unica soluzione che vedo possibile. Buongiorno a tutti. Antonio
Nella sua pur brevissima esistenza (2 giorni) questo blog ha già fatto discreta incetta di commentatori maleducati ed intolleranti. A causa della mia impossibilità di gestire il blog stesso durante il fine settimana con efficacia ed immediatezza ho deciso, a malincuore, di consentire in questo lasso di tempo i commenti ai soli utenti autorizzati... dal lunedì al venerdì comunque tutti coloro che traggono piacere nello scrivere commenti maleducati ed intolleranti potranno continuare a farlo tranquillamente... contenti loro...
La democrazia è una gran cosa a farne buon uso ma qualcuno non l'ha ancora capito...